Chiudere il 2020 avendo giocato altri due Slam (gli Australian Open si sono disputati lo scorso gennaio) e sei Masters 1000, compresi un paio sulla terra, tra cui gli Internazionali BNL d’Italia (tra settembre e ottobre a Roma, come ha detto anche il presidente della FIT Angelo Binaghi, oppure a novembre, indoor, a Milano o Torino), per poter poi ospitare regolarmente le ATP Finals alla 02 Arena di Londra (15-22 novembre) oppure altrove. E’ questo l’obiettivo primario dell’ATP, presieduta da gennaio da Andrea Gaudenzi, in un anno tormentato come non mai per via della pandemia. Proprio il futuro del tennis dopo l’emergenza Coronavirus è stato il tema al centro di una conference call che l’ex giocatore romagnolo (nato il 30 luglio 1973) ha tenuto dalla sua casa di Londra con la stampa italiana. Ecco i principali contenuti, come pubblicati su ‘Prima Comunicazione’.
– Gaudenzi, il tennis quando ripartirà?
“Difficile dirlo, continuiamo a fare e rifare una bozza di calendario: ora come ora stiamo lavorando sull’ipotesi di quattro settimane sulla terra battuta dopo gli US Open. Se giochiamo quest’estate negli Stati Uniti, poi ci sarebbe la terra rossa e quindi gli indoor in Asia con le finali ATP a Londra. Questa sarebbe l’ipotesi migliore: con sette Masters 1000 e tre Slam su quattro, avremmo salvato l’80% dei tornei e dei punti in classifica dei giocatori. Se salta New York dovremmo giocare anche novembre e dicembre. Oggi siamo focalizzati su un rientro subito dopo Wimbledon. L’unica cosa che sappiamo veramente è che nel mondo esiste tanta ansia e poche risposte e ci sono problemi ben più importanti da risolvere dei tornei di tennis”.
– Il tennis viaggia molto, non è solo giocatori, ma allenatori, fisioterapisti, arbitri, manager, parenti e amici che si muovono tutti insieme a ogni torneo…
“In un “combined” (10 giorni di partite con uomini e donne insieme) parliamo anche di 2-3000 persone e di uno sport globale. Stiamo valutando anche formati diversi di tornei in caso di forti restrizioni sui viaggi: dobbiamo pensare di giocare a porte chiuse e a uno sport regionale, anche se faremmo un passo indietro, dobbiamo pensare ai riflessi sui tabelloni e sulle classifiche perché non potremmo garantire la presenza dei migliori, dovendo salvaguardare anche i giocatori di classifica inferiore. Anche per gli aiuti finanziari, prima ci occuperemo dei Challenger e degli ATP 250, dei giocatori fra il numero 250 e 500, che hanno più bisogno”.

Paradossalmente questo stop può aiutare il rilancio del tennis.
“Dobbiamo approfittarne per guardarci dentro e guardare più avanti a lungo termine, al futuro del nostro sport. Da questa crisi possono nascere opportunità enormi, a cominciare dallo spirito di collaborazione fra ATP, WTA, ITF e tornei dello Slam: facciamo tutti parte di uno sport solo, ci rivolgiamo agli stessi fan, facciamo parte di una storia che raccontiamo insieme. L’idea è di aggregare il più possibile”.
Qual è la visione del suo mandato?
“Secondo me il tennis non sta esprimendo il potenziale a cui può ambire: siamo uno sport sano, solido come business, bello da guardare e da giocare, ma se lo paragoniamo agli altri grandi sport come diritti TV, rappresentiamo meno dell’1,2% dei diritti totali. A fronte di un miliardo di fan, come “top 5″ come audience sia maschile che femminile, 50% uomini e donne, mentre altri sport sono uomo-centrici. Possiamo passare i prossimi anni a litigare sulle briciole ma di là c’è un mondo”.
Le parole chiave del curriculum professionale di Gaudenzi, e del tennis di domani, sono tecnologia e digitale.
“I nostri competitor non sono soltanto gli altri sport, ma tutte le piattaforme di entertainment: oggi competi con il tempo, il portafoglio e l’attenzione della gente, una scelta che va dalle serie di Netflix alla musica, dal calcio al tennis. Finora siamo andati bene, ma il mondo sta cambiando: passiamo da un mondo di “linear broadcasting” – le trasmissioni lineari nei canali tradizionali – a quelle on-demand di molte piattaforme d’intrattenimento, a un mondo digitale con opportunità enormi col “direct to consumer”. Che può farci superare i limiti tradizionali del nostro sport: non sai quando una partita comincia, quanto dura, fino al giorno prima non sai neppure chi gioca”.
Trasparenza e fiducia sono difficili da declinare per le anime del tennis.
“Dobbiamo capire che abbiamo bisogno sia dei tornei che dei giocatori. Ma soprattutto dobbiamo servire in modo diverso e dobbiamo conoscere meglio i nostri fan: oggi devi avere 3-4 abbonamenti per guardare il tennis, in ogni paese è diverso ed è tutto frammentato, è contro ogni logica commerciale e i dati dei milioni di fan che comprano i biglietti sono sparsi fra federazioni e tornei, non sono centralizzati”.
La decisione del Roland Garros di spostare il torneo da fine maggio a fine settembre non va in questa direzione.
“La decisione del Roland Garros ha confermato che il tennis ha bisogno di più regole e di trovare il modo di coesistere non solo nel calendario. I francesi sono andati in panico e hanno pensato di dover piazzare la loro bandiera a settembre e poi vedere cosa succede. C’è stata discussione al vertice con le altre sigle, loro hanno fatto un passo indietro e stiamo discutendo tutti insieme”.
La nuova ATP Cup fa concorrenza alla nuova Davis Cup: le due gare a squadre per nazioni si possono unificare?
“Un evento solo sarebbe la soluzione migliore, ma non è facile, con contratti pluriennali già firmati. Cosa è meglio per il tennis? L’ATP Cup è stato un evento di successo, bello, ci sono andato. Io sono molto attaccato alla Coppa Davis, alla tradizione, alla nostra storia. Ma è anche bello e importante avere un grosso evento nella prima settimana dell’anno, per partire con un boom, poi una settimana di pausa e il primo Slam dell’anno agli Australian Open. Ci sono problemi più grossi, se non lo risolveremo andremo avanti così”.


