Luca Nardi ha dentro un ritmo, che definirei musica, che diventa sempre più performante nella misura in cui cresce e si eleva. Contro Djokovic ho rivisto quella facilità di gioco, quella apertura del campo, quello scorrimento della palla che presuppone una relazione che solo i grandi sanno avere tra mano, strumento e pallina. Quel parossismo nel quale solo i grandi si esaltano e trovano la loro giusta dimensione. Il problema di Luca Nardi finora è stato quello di affrontare giocatori più scarsi di lui. Una situazione che va bene a tutti, tranne a coloro che sanno fondere il nocciolo del gioco a temperature altissime, impensabili per tutti gli altri, e controllano la reazione. Onestamente il Nardi che aveva quasi battuto Tsitsipas ad Astana non l’avevo più rivisto. Avevo rivisto un giocatore immiserito dai vari Ramanathan, Harris e Guinard, imbonito dagli imbonitori (giocatori si intende), rematore tra i naviganti, intontito dai mestieranti. Ma appena ha potuto suonare del suo, non di musica riflessa, appena il numero uno del mondo ha detto: “Adesso tiro ancora più forte, vediamo”, lui ha fatto andare il suo tennis, ha lasciato andare il braccio, si è ritrovato nel suo ritmo, nei quartieri alti di questo sport. “Eccomi Nole, sono qui, puoi tirare forte quanto vuoi”.
Alessandro Giuliani

