“Il tennis mi ha salvato la vita”: Roberto Palpacelli si racconta al ‘Villa Carpena’

Quel che posso dire è che il tennis mi ha salvato la vita”. In questa frase, che è poi il contenuto del sms con cui Roberto Palpacelli rispondeva alla richiesta di intervista di Federico Ferrero, è racchiuso in maniera sintetica il senso del libro ““Il Palpa”. Il più forte di tutti” (Rizzoli Editore). Un libro che sta diventando un vero e proprio fenomeno letterario visto che è il più venduto su Amazon tra quelli che riguardano il tennis – anche più di “Open” di Andrea Agassi – e tra i primi dieci di argomento sportivo. E proprio questo volume è stato presentato nella serata di giovedì 14 marzo nella club house del Tennis Villa Carpena, dall’autore, noto giornalista specializzato e telecronista di Eurosport, insieme al protagonista di questa “storia maledetta”.

Già, perché si tratta di un libro sul tennis sì, ma anche e soprattutto sulle debolezze, le fragilità, la sopravvivenza, le prove di rinascita. Quasi una sorta di discesa agli inferi e ritorno. Roberto Palpacelli è infatti uno dei talenti mancati più clamorosi del tennis, non solo italiano ma mondiale. “Poteva diventare un fuoriclasse”, dicono praticamente tutti quelli che l’hanno incrociato, da Adriano Panatta a Paolo Bertolucci, da Diego Nargiso a Paolo Canè. Invece quel ragazzo in grado di colpire la palla in modo speciale, classe 1970, è finito nel tunnel più buio, quello della droga e dell’alcol. La sua carriera da professionista non è mai incominciata, ma adesso – diventato padre – sulla soglia dei cinquant’anni sta provando a ricostruirsi una vita lontano dai suoi demoni, come insegnante di tennis. Una storia forte, dal notevole impatto emotivo, che non a caso è stata già acquistata come diritti per produrre un film, magari all’americana, i migliori nel raccontare sul grande schermo vicende come questa.

FERRERO: “MAI INCONTRATO UNA STORIA COSI’ COINVOLGENTE” – Lo ha ammesso per primo lo stesso Federico Ferrero spiegando la genesi di quest’opera. “Io per mestiere sono abituato a scrivere e raccontare storie ma quella di Roberto è la più drammatica e coinvolgente che ho incontrato fin qui, e devo riconoscere che mi sono accorto subito che ne sarebbe uscito qualcosa di speciale proprio per il modo in cui lui si è messo a nudo. Per ragioni anagrafiche non lo conoscevo di persona, ma tanti appassionati negli anni mi chiedevano di lui e mi parlavano delle sue gesta, così dopo un po’ di tempo ho deciso di cercarlo per intervistarlo per ‘Il Tennis Italiano’. Non è stato semplice, ma alla fine sono riuscito a stabilire il contatto. E una volta ottenuto il suo assenso, sono sceso in Abruzzo per incontrarlo. Per me è stata un’esperienza intensa ma veramente bella, differente da quel che sono abituato a fare. Ho avuto il privilegio di farmi raccontare da Roberto cose che per ogni persona sono difficili da dire e da ammettere. Mi ha colpito molto questa apparente impossibilità di mettere insieme due cose così diverse, il tennis che è uno sport con regole antiche, e la vita che ha condotto lui e il suo carattere, pensare che le abbia messe insieme in un campo da tennis mi sembrava impossibile. Un’esperienza che è più un viaggio intorno all’uomo”.

ROCCHI: “PER DUE ANNI HO CERCATO DI DARGLI REGOLE” – Ad introdurre e condurre questo significativo appuntamento di cultura sportiva, veramente affollato di appassionati (in sala tra gli altri anche il consigliere nazionale della Fit, Raimondo Ricci Bitti, i maestri Alberto Casadei e Paolo Pambianco, protagonisti in passato di sfide sul campo con Palpacelli, vincitore anche dell’Open al Carpena, e Redo Camporesi, consigliere del Carpena), è stato il direttore del circolo forlivese Ferrante Rocchi, che conosce davvero bene Roberto Palpacelli, avendo anche lavorato qualche anno al Circolo Tennis Maggioni di San Benedetto del Tronto. “Ho avuto la fortuna di aiutarlo per due stagioni e di toccare con mano le cose straordinarie che sapeva fare, dalla famigerata ‘biscia’, sciabolata di diritto mancino tagliato che non ho mai visto riuscire ad altri, ai match equilibrati che lui a 15-16 anni riusciva a disputare con Massimiliano Narducci, che all’epoca viaggiava tra l’80esima e la 90esima posizione mondiale. E sono andato io a riprenderlo a Riano Flaminio, allora sede del centro tecnico nazionale della FIT, dopo un raduno insieme agli altri ragazzi della sua età. Panatta e Bertolucci gli proposero di rimanere e venire convocato, ma lui senza pensarci su due volte rispose d’istinto ‘In questo lager mica ci vengo io, non sono matto…’ rinunciando a quella proposta”. 

La copertina del libro di Federico Ferrero su Roberto Palpacelli

PALPACELLI: “DUE GRANDI RIMPIANTI NEL TENNIS” – “I miei principali rimpianti sono proprio non aver dato retta a Ferrante Rocchi, che in due anni mi ha fatto salire da C3 a B2, così come poi al gruppo di Riccardo Piatti, potevano essere le persone giuste a mettermi in riga per farmi provare a diventare un giocatore professionista. Invece mi sono accontentato di dove sono arrivato, tutto sommato anche piuttosto rapidamente. Ero più attratto dalla vita e dalle persone fuori dal circolo che da ciò che stava dentro, ero a 50 metri dalla vita e dalla morte. Ogni settimana partivo con due milioni in tasca, me li sputtanavo e vincevo il torneo”, ha raccontato Palpacelli.

Di Open ne ha vinti tanti, anche uno al Carpena, lui prendeva un montepremi, più un sottobanco. Perché fare un Future, con il rischio di uscire nei primi turni, quando poteva vincere due milioni di lire a settimana? Il suo era un tennis fatto di potenza ed eleganza, serviva a 200 all’ora, traccianti di dritto. In allenamento gli chiedevo di fare 40 palle in top senza sbagliare, cercavo di insegnarli qualcosa che fosse una regola, una disciplina, e lui impazziva, al terzo colpo si doveva inventare qualcosa… Poi sono venuto a lavorare al Carpena, lui non ha mai avuto una classifica mondiale, il primo punto l’ha fatto con me in doppio”, il ricordo sentito di Rocchi.

“QUANTE OCCASIONI HO BRUCIATO” – Il ‘Palpa’ si è raccontato senza veli, quasi in una specie di confessione. “Mio padre giocava a calcio e a fine carriera il Banco di Roma gli offrì un posto di lavoro, e così ci siamo trasferiti da Pescara all’Aquila, un primo trauma per me che amo il mare per il senso di libertà che mi infonde. Poi dopo altri 4 anni ci siamo spostati a San Benedetto del Tronto. Io ho preso il tennis sempre come un divertimento, non ho mai creduto davvero che potesse essere il mio lavoro, fatta eccezione per due mesi trascorsi a Bologna”, ha ammesso candidamente Roberto. “Di occasioni ne ho avute tante, ho avuto un contratto con una finanziaria di Bologna dal 1990 al 2001 che aveva investito tanto su di me e mi allenavo a Rastignano con Paolo Lubiani e la figlia Francesca. Un giorno mi hanno detto di andare in India a prendere i primi punti Atp, sono partito per fare quattro tornei, arrivato a Bombay ero scioccato nel vedere tanta povertà, le fogne a cielo aperto, eccetera, in tutto ho giocato una partita sola, su campi in sterco di vacca pressata, per il resto ho fatto shopping a modo mio, potete immaginare come, e sono rientrato in Italia dopo aver finito i soldi”.

“VORREI CHE NESSUN RAGAZZO PASSASSE QUEL CHE HO VISSUTO IO” – Una testimonianza di vita vissuta, anche nei suoi aspetti negativi, piuttosto coinvolgente, con un obiettivo propedeutico, quasi didattico. “Ho smesso di giocare, facevo vita di strada, ad un certo punto non ce la facevo più, dovevo prendere una decisione, ho avuto la forza di volontà di smetterla con quella robaccia, ho ripreso a giocare a tennis con gli amici di San Benedetto, nell’arco di un paio d’anni sono diventato B1 ma senza allenamenti. La discesa? E’ iniziata quando ho visto negli occhi dei miei genitori la delusione e l’amarezza per tutte le occasioni fallite, mi sono lasciato andare, mi sono trovato in mezzo alla strada, facevo una vita da barbone, dopo un po’ non mi ci riconoscevo, mi sono buttato nel tennis come unica valvola di salvezza. Però a 25 anni sono stato cacciato dalla scuola nazionale maestri, poi a 27, due mesi prima di entrare in comunità, nel torneo di Bari ho superato le qualificazioni e ho perso 6-4 al 3° contro Ivan Ljubicic, che era numero 190 del mondo e che poi sarebbe diventato il numero 3, oggi allenatore di Roger Federer. Vorrei che i ragazzi non passassero quello che ho vissuto io, ho avuto picchi altissimi, ma altri che non sto qui a dire”.

“UN FIGLIO E UNA COMPAGNA CHE MI DANNO FORZA DI ANDARE AVANTI” – Cadute e risalite, di un uomo che aveva fatto nascere, suo malgrado, attorno a sé leggende metropolitane (sfatate solo in parte: non ha battuto tre volte Becker; si è tagliato i capelli tirando fuori dalla sacca un coltellaccio alla Rambo a un cambio campo perché “gli davano fastidio”).  Da questo drammatico rollercoaster ha saputo tirarsi fuori grazie a una famiglia, quella che è adesso la sua ragione di vita. “Non sono uno a cui piace essere al centro dell’attenzione. Non pensavo uscisse il libro, pensavo solo ad un articolo sul Tennis Italiano, poi è scoppiato un putiferio, da un lato mi fa piacere, ma un po’ mi preoccupa. Ora ho una compagna, Enza, che ringrazio e a cui voglio chiedere pubblicamente scusa  per i momenti difficili che le ho fatto passare, e un bambino, a cui un giorno quando sarà più grande dovrò spiegare tante cose. Sono loro che mi danno la forza di andare avanti, ho fatto tre anni di comunità, dopo altre ricadute ora provo ad allenare i ragazzi: adesso mi stanno a cuore rispetto e disciplina, proprio quello in cui sono mancato io. Ora a 48 anni non gioco più a tennis, ma insegno, mi riesce facile allenare a livello agonistico e stare in campo è la sola cosa che mi fa sentire bene. Per questo ogni mattina mi alzo all’alba per prendere il treno da Pescara a San Benedetto e stare in campo dalle 7 alle 17, come minimo. Tutti i giorni devo fare i conti con la realtà, andare a testa alta, se non stai attento ci metti un secondo e mezzo per ricadere nella fogna”. Ebbene sì, ‘Palpa’ è il più forte.

5/5

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